La riforma non stravolge l’assetto dell’università Stampa
La riforma non è la panacea dei mali dell'Università e non è neppure una riforma che stravolge l'assetto dell'Università. Non abolisce il valore legale del titolo di studio. Non obbliga i professori a dedicare almeno 120 ore all'anno alla docenza. Non fa cadere il vincolo che impedisce alle Università di determinare liberamente le proprie rette. Non attribuisce la maggioranza nei Consigli di Amministrazione, per limitare l'autoreferenzialità dei professori, ai membri esterni al corpo accademico né impedisce al Rettore di presiedere al tempo stesso il Senato Accademico e il Consiglio di Amministrazione (come avviene in tutti i Paesi europei fatta eccezione per la Spagna e alcuni Land della Germania). Ciò nonostante, la riforma costituisce un passo importante sulla via di una innovazione compatibile con le caratteristiche del nostro Paese, cambiando in modo profondo la governance e il reclutamento dei docenti. Finalmente sono distinti in modo trasparente i compiti scientifici del Senato Accademico e quelli gestionali del Consiglio di Amministrazione. S’introduce un’abilitazione nazionale particolarmente rigorosa. Altre caratteristiche di questa riforma sono la riduzione delle costose e inutili sedi decentrate, la razionalizzazione di una offerta didattica eccessivamente frazionata, nuovi meccanismi di valutazione dei docenti, strumenti per un più corretto controllo dei bilanci, riorganizzazione dei dipartimenti.
(Fonte: C. Gentili, Il Messaggero 03-12-2011)