I PARAMETRI BIBLIOMETRICI SONO UNO STRUMENTO DI GIUDIZIO CHE NON PUÒ SOSTITUIRSI ALLA VALUTAZIONE. “INWARDNESS” COME “ISTINTO DI SOPRAVVIVENZA” Stampa

Da sempre la comunità scientifica ha individuato gli effetti collaterali causati da un uso brutale dei criteri bibliometrici: una crescita artificiale del numero di pubblicazioni (Publish or perish...), strategie citazionali più o meno lecite per incrementare il proprio ranking, eccetera. Nonostante questi avvertimenti l'Italia, a partire dalla riforma universitaria del 2010, ha esteso il peso di questi criteri attraverso la creazione dell'ANVUR, l'Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca. Agli occhi di alcuni un Moloch che decide in modo acefalo chi è meritevole e chi no di spartirsi le (scarse) risorse a disposizione.
Due articoli pubblicati su riviste scientifiche hanno riacceso il dibattito nostrano portando nuovi elementi di discussione. Alberto Baccini, Giuseppe De Nicolao ed Eugenio Petrovich hanno mostrato che l'introduzione di criteri strettamente bibliografici per valutare la ricerca induce la comunità scientifica a costituire in modo spontaneo club più o meno numerosi propensi a citarsi vicendevolmente. La metrica che misura questa attitudine è chiamata "Inwardness". Viste le scarsissime risorse in gioco possiamo anche chiamarla "istinto di sopravvivenza". Questo ha determinato maggiori punteggi negli indici bibliometrici che hanno fatto compiere all'Italia un balzo in avanti nelle classifiche internazionali. La ricerca italiana non è diventata di colpo più efficiente né i ricercatori italiani sono degli astuti vanesi, come ipotizza sul Corriere della Sera Gian Antonio Stella che ha un po' semplificato la lettura dello studio (I professori si citano da soli. Così si gonfia la ricerca). Molti di loro hanno speso ore di vita e risorse per produrre una buona ricerca: saputo che sarebbero stati valutati in modo deterministico attraverso un singolo parametro bibliometrico, hanno adottato una mera strategia di sopravvivenza. È bene ricordare che anche negli altri paesi, e per ragioni analoghe, si ha una Inwardness elevata.
Il biostatistico e condirettore del Meta-Research Innovation Center dell'Università di Stanford John Ioannidis su Plos Biology si spinge ad affermare che l'effetto inwardness può essere dovuto a un numero molto limitato di ricercatori che si citano a vicenda, e comunque non si può escludere che il risultato sia dovuto al caso più che alle regole introdotte dall'ANVUR. Come ricorda Alberto Mantovani, tra i ricercatori di punta del nostro paese, sul Corriere della Sera, «in generale i ranking sono sempre perfettibili, ma soprattutto i parametri bibliometrici su cui si basano devono essere considerati per quello che sono: uno strumento di giudizio. Che come tale non può sostituirsi alla valutazione». (F. S. Cima, scienzainrete 24-09-19)