LA RESPONSABILITÀ POLITICA NEL DECLINO DELLE UNIVERSITÀ Stampa
Ciò che non si è sufficientemente sottolineato, a mio avviso, è la responsabilità politica che permette e favorisce il declino delle nostre università, con la silente complicità di almeno due tipi di docenti: quelli che, assorbiti dai compiti della ricerca pensano che la questione delle politiche universitarie non rientri nei loro compiti, e quelli che in Università hanno trovato posto come secondo lavoro, impegnati a dare il meglio di loro stessi nei loro studi privati. Gli altri, che ricercano e non si disinteressano, si trovano spesso nella condizione di non essere mai considerati reali interlocutori del balletto di Ministri che, con tutto il rispetto che si deve alla carica, spesso non sanno nulla di ciò a cui mettono mano, governati da apparati inamovibili che sono poi la vera anima dei ministeri. L’università si qualifica per la ricerca, ma poi assume le persone soltanto per soddisfare le esigenze della didattica: ci si lamenta che i professori fanno poche ore di lezione, che ci sono corsi che hanno pochi studenti e perciò si tagliano i posti (e questo certo non favorisce la permanenza dei “cervelli”). Ma mentre è legittimo buttare i corsi inventati dai giochetti di basso profilo dell’università di massa, si buttano anche quelli che rispondono alla natura di un’eccellenza che a volte richiede l’esiguità dei numeri e la raffinatezza delle menti. Ci si lamenta che il corpo docente è composto da troppi “vecchi” (e per di più baroni), ma non si fanno concorsi (ci si limita a prometterli). Si vuole l’eccellenza, ma si promuove un’università di massa e ci si lamenta se i laureati sono troppo pochi e non tutti trovano il lavoro corrispondente al titolo di studio rilasciato. Ben venga un processo di razionalizzazione, un impegno di valutazione seria e documentata: ma è assurdo che per valorizzare il nuovo sistema di reclutamento dei docenti e i nuovi criteri di valutazione della ricerca, si  insista in un’opera di generica e gratuita denigrazione dei precedenti procedimenti concorsuali e dell’attuale classe docente: forse sarebbe anche giusto ricordare che tutti coloro che partecipano al nuovo sforzo di razionalizzazione del sistema, Ministro e Presidente ANVUR compresi, sono stati selezionati con i precedenti criteri e non penso che si ritengano frutto del semplice potere baronale e del nepotismo di cui sarebbe afflitta l’intera università. Trovo imbarazzante il fatto che nessuno corregga le bordate giornalistiche e le loro generalizzazioni, che nella loro genericità risultano offensive e ingiuste.
(Fonte: A. Pessina, filosofionline.com 26-06-2012)