RANKING. CONSIDERAZIONI SUL PIAZZAMENTO DELLE UNIVERSITÀ ITALIANE Stampa

Come ogni anno, è stato pubblicato da poco il Times Higher Education World University Ranking, che classifica i primi duecento atenei del mondo. Nessuno di questi è italiano. Poco meglio ci è andata con il ranking OCSE, che nei primi duecento posti piazza Bologna e la Sapienza di Roma, mentre nei primi 500 posti inserisce 15 nostri atenei; due anni fa, nel 2008, erano sette in più. Rimango stupito da come l’accettazione di questi dati possa essere utilizzata per sostenere posizioni tra loro contrapposte: da un lato, c’è chi dà la colpa ai tagli governativi per un calo della qualità complessiva della nostra istruzione superiore; dall’altro, proprio il ministero lamenta che i risultati siano per il nostro paese poco lusinghieri e quindi trova in essi una giustificazione per il lavoro di continua ri- e de-strutturazione della nostra vita universitaria. Che la prima opinione sia sostenibile mi pare evidente, perché si basa su un arretramento relativo della qualità dei nostri atenei che la successione delle classifiche mostra chiaramente. L’università italiana peggiora le sue capacità di produrre e diffondere conoscenza: il mancato rinnovo dei contratti precari si traduce in ricerca che non si fa, mentre un discreto numero di contratti a tempo indeterminato mantiene al lavoro persone che non si mostrano in grado di dare quanto ricevono.
Ci si può chiedere: nel 2007-08 l’università pre-Gelmini, una università già in sofferenza indubbia, era messa così male sul piano comparativo? Riprendiamo un attimo i dati del 2008, ma facciamoci alcune domande su come sono espressi i valori in campo. In primo luogo: le università nel mondo quante sono? Noi sappiamo di vedere una porzione di classifica, ma quanto si avvicina al fondo? Se io vedo un elenco delle prime quattro squadre della Serie A, non so valutare il valore della quarta finché non mi dicono che le squadre sono 20. Ora, facendo una stima puramente operativa, si può dire che nel mondo ci siano oltre cinquemila sedi universitarie i cui titoli sono riconosciuti dall’autorità statale di appartenenza. Questo significherebbe che il “top 500” è un “top 10%” degli atenei mondiali: essere cinquecentesimi, insomma, rende molto più simili ad Harvard e a Cambridge che non alle università di “mezza classifica”, fa entrare in un’élite istituzionale. E nel 2008 tra queste 500 università di altissimo livello mondiale gli atenei italiani erano 22. L’Italia si trovava al settimo posto del mondo per numero di università piazzate nel gruppo, in armonia con il suo ruolo nelle relazioni istituzionali e sociali del pianeta, con la diffusione della sua lingua e con il numero dei suoi abitanti, e appena dietro la Francia che anche allora spendeva per l’istruzione superiore molto più di noi.
Ancora più anti-intuitivo può apparire il sostanziale funzionamento del sistema di reclutamento. Infatti, se i nomi italiani sono rari nella prima metà della classifica a questo “top 10%” appartengono diverse università molto popolate, al punto che oltre il 35% degli studenti di istituti superiori in lingua italiana ha il privilegio (un po’ più raro e molto meglio pagato negli USA) di studiare in atenei di eccellenza mondiale. Quindi è sostanzialmente conseguito l’obiettivo del reclutamento italiano, che era quello di conseguire un livello medio piuttosto elevato della docenza e di evitare che tra le diverse sedi si istituisse uno squilibrio eccessivo, al fine di garantire a tutti i cittadini, a parità di spesa, un servizio simile.
Insomma, i dati possono portare a conclusioni completamente contrarie a quelle che si leggono sui giornali: all’università non si raccomanda più che nel resto del paese; i casi di nepotismo e familismo ci saranno pure, ma sarebbero episodi facilmente arginabili con l’intervento della magistratura; l’università italiana si mostra più competitiva e più apprezzata, a livello internazionale, di quanto lo siano i nostri imprenditori, la nostra classe politica e la nostra pubblica amministrazione; le sacche di inefficienza, che tutti sappiamo esistere, non sono maggioritarie, e potrebbero essere facilmente azzerate da una campagna di licenziamenti mirata; anche la maggioranza dei “baroni” sono persone che guidano tutto sommato bene la nave, e lo fanno per uno stipendio che rappresenta pochi punti percentuali della liquidazione che qualche anno fa Paolo Cantarella si è preso per aver lasciato la FIAT ben oltre l’orlo del fallimento.
(Fonte: A. Mariuzzo, linkiesta.it 07-06-2012)