SULLA RETORICA DELLA VALUTAZIONE Stampa
Non è raro che dentro un dipartimento universitario quando c’è da fare una scelta che implica, ad esempio, un’allocazione di risorse, nel momento in cui qualcuno prova a mettere in campo elementi di valore per giustificare il maggior senso di una scelta piuttosto che di un’altra si oppongano a tentativi di questo tipo tesi che sostengono l’impossibilità di discriminare tra una linea di ricerca e un’altra, tra un gruppo di ricerca e un altro e che quindi l’unico criterio sensato è quello della rotazione, un criterio che si basa appunto sull’assunto secondo il quale ogni cosa è sul piano del valore scientifico uguale a un’altra e qualsiasi considerazione di merito si risolverebbe necessariamente in una sorta di violenza e prevaricazione di un modello su un altro. Contro questa prassi e contro questa ideologia si pensa che possa intervenire la valutazione, la quale, si ritiene, dovrebbe consentire di discriminare ciò che invece nel modello del “tutto si equivale” appare come indiscriminabile. E tuttavia nel momento in cui la parola ‘valutazione’ viene caricata di una funzione salvifica si corre il rischio che attorno ad essa si creino di nuovo un’ideologia e una retorica dalle quali deve guardarsi in primis chi svolge attività di tipo valutativo e nei confronti delle quali, io credo, è comunque necessario mettere in atto sempre e a tutti i livelli un esercizio critico. La pratica della valutazione diventa essa stessa una retorica quando diventa una sorta di ideologia della misurazione del merito e della qualità secondo criteri determinati in modo estrinseco rispetto alle concrete pratiche di ricerca e nel momento in cui, in qualche modo, pretende di assumersi il peso di una scelta e di una responsabilità che non spettano in realtà al congegno valutativo in quanto tale, ma che in qualche modo il congegno – soprattutto se non avvertito criticamente – tende a inglobare su di sé. Il timore che io vedo nella retorica della valutazione è che essa invece di produrre quelle scelte responsabili che costituiscono la giustificazione dell’inserimento massiccio della sua pratica a tutti i livelli diventi invece un enorme meccanismo deresponsabilizzante in cui nessuno è responsabile di nulla perché a decidere, è stata, appunto, la Valutazione.
(Fonte: L. Illetterati, roars 10-04-2012)