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VALUTARE LA QUALITÀ DELLA RICERCA SENZA INDICATORI NUMERICI PDF Stampa E-mail

La qualità della ricerca non si può misurare con una manciata di indicatori numerici che spesso non hanno nulla a che vedere con essa. Molti studi non vedranno mai la luce perché i ricercatori sanno che non aumenteranno nell'immediato il numero di citazioni e l'Impact factor. Così i sistemi di valutazione fermano il cambiamento. In Economia, per dire, hanno portato all'impoverimento del dibattito scientifico e del pluralismo delle idee. In Italia sono stati cancellati i dottorati di ricerca in Storia del pensiero economico, settore cruciale per comprendere l'economia. Dal 2008 è in corso una protesta di studenti e accademici per il modo in cui vengono insegnate le scienze economiche. L'Italia è un esempio estremo, ma il problema è anche all'estero dove si valutano le ricerche guardando soprattutto alle riviste in cui sono pubblicate. James Heckman, Nobel per l'economia nel 2000, parla di "maledizione delle top-five", delle cinque riviste americane considerate più importanti al mondo, sotto il controllo di gruppi ristretti di economisti e pochissime università. Pubblicare su quelle riviste assicura carriere e promozioni. Ma così le idee nuove non riescono a permeare il sistema. Cosa si dovrebbe fare? Per esempio lasciare che i ricercatori scelgano tre loro lavori scientifici da sottoporre alla lettura di una vasta coorte di docenti del dipartimento cui fanno domanda. Governi e loro agenzie dovrebbero smettere di occuparsi di valutare la ricerca. È meglio un sistema in cui ogni accademico giustifichi in modo trasparente i ricercatori a cui offre una posizione, piuttosto che nascondersi dietro indicatori bibliometrici usati, tra l'altro, anche dalla politica. Come copertura per escludere risultati scientifici e teorie che non piacciono a chi è al governo. Le scienze economiche sono particolarmente soggette a questo tipo di ingerenza. (F: L. Margottini, Roars 02-10-19)