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NUOVO COSTO STANDARD. SFAVORITI GLI ATENEI CON MENO STUDENTI PDF Stampa E-mail

Pubblicato l'attesissimo decreto ministeriale che disciplina la determinazione del "costo standard", che a regime sarà alla base dell'erogazione dell'intera quota base del Fondo di finanziamento ordinario per le università. Il "nuovo costo standard" giunge dopo un tagliando imposto dalla sentenza della Corte costituzionale, che ha dichiarato illegittime le precedenti modalità di calcolo a causa della eccessiva discrezionalità, fuori da qualunque legge ordinaria, con la quale esse erano state determinate dagli allora ministri Giannini e Padoan. Il "cuore" del costo standard è senz'altro costituito dalla stima della spesa che un ateneo deve sostenere per pagare stipendi a docenti e personale tecnico-amministrativo. In questo frangente il Dm targato Bussetti, seppure in maniera più contenuta, continua a commettere il medesimo errore di fondo del modello precedente, già messo chiaramente in evidenza durante il dibattito parlamentare della conversione del decreto-legge 91/2017 post Corte costituzionale. Illustriamolo con un esempio. Il piccolo ateneo A e il grande ateneo B hanno entrambi attivato un corso di laurea magistrale in Fisica, con 20 studenti regolari per ciascun anno di corso per A e 40 per B. Per farlo, la normativa sull'accreditamento dei corsi di studio impone ai due atenei di assumere in pianta stabile 6 docenti che svolgano la loro attività didattica in quel corso. Ebbene, anche se i due atenei hanno i medesimi costi per la docenza (lo stipendio di questi 6 docenti), il nuovo modello di costo standard "rimborsa" all'ateneo A metà dei costi riconosciuti all'ateneo B! Questa asimmetria tra requisiti di accreditamento dei corsi di studio da una parte e costo standard dall'altra chiaramente sfavorisce gli atenei e i corsi di studio in cui ci sono mediamente meno iscritti, e in particolar modo le università che insistono in zone del Paese a bassa densità di popolazione e i corsi di area scientifica. Questi ultimi, paradossalmente, sono proprio quei corsi che l'Italia si era impegnata a sostenere in sede europea e che a detta di vari osservatori sono fondamentali per la ripartenza scientifico-tecnologica del Paese. (Fonte: B. Cappelletti Montano, S24 26-09-18)