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56 UNIVERSITÀ HANNO UN UFFICIO CHE SI OCCUPA DI BREVETTI, LICENZE E SPIN-OFF PDF Stampa E-mail

Secondo i dati del XIV Rapporto sul trasferimento tecnologico (TT) dell'associazione Netval, 56 università hanno un ufficio che si occupa di brevetti, licenze e spin-off, 23 dei quali costituiti fra il 2004 e il 2006. E anche se i 225 pionieri che si occupano di valorizzare la ricerca dei centri di ricerca quasi totalmente pubblici sono ancora una piccola frazione rispetto alle controparti di altri Paesi, si assiste negli ultimi anni a un miglioramento graduale in quasi tutti i parametri del trasferimento tecnologico. Segno di un clima che sta cambiando e che orienta anche la nostra accademia a qualche timida apertura al mondo del business e del rapporto con l'impresa. Il numero medio di addetti per università è passato da 3,8 a 4,2 dal 2015 al 2016 (ultimo anno considerato nel rapporto), con un massimo di circa 10 addetti nelle 5 università di punta, quasi tutte situate nel nord del Paese. Nel portafoglio delle 56 università considerate i brevetti sono 3.917, di cui nell'ultimo anno 278 brevetti ottenuti (sulla situazione italiana nel campo brevetti leggi qui). L'intero sistema delle università italiane spende 8 milioni di euro per questi uffici che dovrebbero costituire un ponte fra il mondo della ricerca e quello del mercato e dell'industria. Certo, se lo raffrontiamo al fondo universitario per le università, pari a circa 5,5 miliardi di euro, è davvero niente, considerando che la valorizzazione della ricerca costituirebbe il cuore della terza missione. In media ogni università spende 240 mila euro per la protezione della proprietà intellettuale (contro i 53 dell'anno precedente). L'altro grande capitolo degli uffici TT è l'avvio di spin-off, considerati dagli stessi addetti degli uffici ancora più strategici dei brevetti. Alla fine del 2017, il numero delle piccole imprese germinate in un terreno accademico era 1.373, con un buon tasso di sopravvivenza. Ora che tutte le università hanno un Ufficio di trasferimento tecnologico si potrebbe avviare la fase 2, che passa attraverso la collaborazione di più centri e atenei, con la sperimentazione di forme societarie specializzate nell'economia e marketing della ricerca. (Fonte: L. Carra, www.scienzainrete.it 24-04-18)