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UNA MAGGIORE AUTONOMIA DALLO STATO PER LE UNIVERSITÀ D’ECCELLENZA? PDF Stampa E-mail

Accordare alle università di eccellenza una maggiore autonomia dallo Stato, in modo da consentire loro di organizzarsi al meglio per reperire risorse sul mercato attraverso il trasferimento tecnologico. La proposta mira a introdurre trattamenti diversi per le diverse università. Sarebbe, peraltro, una disparità controllata dallo Stato, attraverso accordi con le università interessate, e, soprattutto, coerente con un principio di differenziazione che è un postulato dell'autonomia: le università non sono tutte uguali, quindi è ragionevole assoggettarle a discipline variabili. La proposta implica, dunque, di differenziare sul versante delle forme di autonomia e forse anche su quello del finanziamento pubblico agli atenei. Occorre valutare i margini di manovra per operare simili differenziazioni a legislazione vigente. Certamente più difficile è allentare in modo differenziato i vincoli che gravano sulle università, e su quelle statali in particolare. La vicenda degli ultimi decenni è, in buona parte, un circolo vizioso di riduzione di risorse, cattivo esercizio dell'autonomia universitaria e limitazione di essa, con norme sempre più dettagliate, volte principalmente a limitare o rallentare la spesa. La limitazione dell'autonomia ha riguardato l'organizzazione didattica, i corsi di studio, il reclutamento dei docenti, i trattamenti economici, l'uso dei fondi, la rendicontazione, la valutazione e altro ancora. Il risultato è una disciplina estremamente pervasiva, che ostacola l'innovazione e la capacità delle università italiane di competere con i migliori atenei stranieri. La legge offre, tuttavia, qualche strumento per semplificare e differenziare. Per quanto riguarda l'assetto organizzativo, la legge n. 240 del 2010 (legge Gelmini) stabilisce che, sulla base di accordi di programma con il Ministero e nel rispetto dei criteri da esso definiti, le università che hanno conseguito la stabilità e sostenibilità del bilancio, nonché risultati di elevato livello nel campo della didattica e della ricerca, possano sperimentare propri modelli funzionali e organizzativi. Per il resto, si può intervenire sui numerosi regolamenti ministeriali e di ateneo. Si possono ipotizzare forme di gestione separata e semplificata per i fondi di provenienza privata: una maggiore autonomia gestionale e contabile delle relative strutture potrebbe ben essere prevista dagli statuti. Per attuare una proposta del genere serve una forte volontà riformatrice: differenziare significa rinunciare alle norme uguali per tutti e, perciò, rassicuranti. Significa, quindi, per i diversi soggetti coinvolti (incluse le università interessate, che sarebbero chiamate a esercitare l'autonomia conquistata) assumere responsabilità. (Fonte: B. G. Manarella, IlSole24Ore 22-04-128)