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L’EREDITÀ DEL SESSANTOTTO PDF Stampa E-mail

E' trascorso mezzo secolo in un sol colpo dai tempi delle grandi contestazioni studentesche che sconvolsero il mondo universitario e tutta l'Italia. Un fiume in piena che ha lasciato vittime, speranze fallite, sogni infranti, macerie e tanta mediocrità. Indro Montanelli diceva che siamo abituati a ragionare con la testa rivolta all'indietro perché continuiamo a guardare al nostro passato invece di concentrarci sul futuro. Eppure certi «flash-back» possono essere, ancora oggi, molto utili per non ripetere gli errori già commessi: la lezione della storia. E proprio il grande Direttore - che, sull'onda di quei moti di piazza, lasciò in seguito il Corriere per andare a fondare il Giornale - aveva le idee molto chiare sulle grandi disillusioni della contestazione giovanile: «Il Sessantotto non può pretendere di averci lasciato crescite di civiltà. Io vidi nascere una bella torma di analfabeti che poi invasero la vita pubblica italiana e anche quella privata portando in ogni luogo i segni della propria ignoranza». Da parte sua, Norberto Bobbio definì il movimento del '68 «un'esaltazione collettiva», una specie di raptus che colpì migliaia e migliaia di ragazzi manovrati da leader improvvisati e pronti a contestare chiunque rappresentasse una qualsiasi autorità politica, professionale, morale. L'ultimo segretario del Pci definì la contestazione come parte integrante di un grande processo rivoluzionario: «I giovani si sono messi in cammino perché siamo entrati in una fase di movimento della lotta per abbattere il capitalismo». Cosa ha davvero lasciato in eredità il Sessantotto? È sufficiente riesaminare a freddo i risultati di quella che tanti hanno considerato una travolgente ondata libertaria per rendersi, invece, conto di una realtà molto amara: c'è stato solo un fiume carsico di mediocrità che ha minato le basi stesse della società finendo per intaccare certi principi fondanti come lo studio, la preparazione e il merito. (Fonte: G. Mazzuca, Il Giornale 14-01-18)