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A PROPOSITO DEI DIPARTIMENTI “ECCELLENTI” PDF Stampa E-mail

Il Miur sta dando corso alle norme previste dalla Legge di Stabilità 2017, relative a un finanziamento per complessivi 1,3 miliardi di euro (271 milioni l’anno per cinque anni) di 180 dipartimenti universitari «eccellenti». Si tratta di una decisione preoccupante, che produrrà effetti negativi strutturali, di lungo periodo, sul sistema universitario italiano. Ma che cosa c’è di male nel «premiare l’eccellenza»? Tre conclusioni generali.
La prima è che non vi è un’eccellenza e un metodo per calcolarla, né vi sono depositari della verità su questi aspetti. Anche grazie alla costante e documentata opera di vera e propria contro-informazione operata dal sito www.roars.it in questi anni, siamo in grado di valutare la grande discrezionalità, e le scelte politiche implicite che vi sono in queste norme, anche nelle più apparentemente oscure. Ne può addirittura scrivere chi proviene da Atenei del Sud (sui quali erano già piovuti gli strali del primo dei due Commissari Anvur, in teoria neutrale), nonostante essi siano caratterizzati, come hanno tenuto a sottolineare Checchi e Rumiati, da “disabilità”.
Seconda. Non sono fatti tecnici ma questioni politiche. Il Parlamento ha fatto queste scelte? Certo, ma solo votando la fiducia ad una Legge di Stabilità a cavallo fra due esecutivi, nella quale sono state inserite queste ben preparate (chissà da chi, in sede tecnica) e dettagliate disposizioni, non discusse nel merito e nelle loro implicazioni di lungo termine.
Terza ed ultima. Il conflitto è evidente. E a mio avviso è fra un gruppo di esperti, tecnocrati “illuminati”, che, in base alla conoscenza che solo essi hanno del Bene e del Male, perseguono un disegno politico-ideologico (assai simile nelle sue linee ispiratrici a quello del partito conservatore britannico) volto a un radicale ridisegno del sistema dell’istruzione superiore, concentrandolo su poche sedi da essi prescelte, anche attraverso scelte politiche mascherate da decisioni tecniche. Magari destinando alle altre, ed in particolare a quelle delle aree più deboli del paese, un po’ di misure compassionevoli (per i “disabili”). E fra quanti sollecitano un confronto aperto sulle politiche e sui principi che le ispirano, sui criteri per valutare “a che servono le università” e quali sono i loro meriti, sull’universalismo dei diritti all’istruzione terziaria indipendentemente dal luogo di nascita, sull’effetto delle università sullo sviluppo dei territori. Grazie al disinteresse della politica, i primi hanno già stravinto. Ma sia almeno consentito discutere di questioni così importanti. (Fonte: G. Viesti, Il Mulino 10-07-17)