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SULL’ACCESSO PROGRAMMATO ALL’UNIVERSITÀ. IL PARERE DI UN GIUDICE EMERITO DELLA CORTE COSTITUZIONALE PDF Stampa E-mail

Il Tar del Lazio ha dato provvisoriamente ragione a studenti che impugnavano la delibera del Senato accademico dell'Università di Milano sull'accesso programmato. Di seguito le argomentazioni di Sabino Cassese, giudice emerito della Corte costituzionale.
Il Tar, nella decisione provvisoria presa, si è fermato all'esame delle norme nazionali, che riguardano solo alcune facoltà (medicina, ad esempio), e ha dimenticato di considerare sia l'autonomia universitaria, sia le procedure di accreditamento e di programmazione degli accessi, che consentono ad altre facoltà (lettere, ad esempio) di stabilire quanti studenti possono iscriversi. Questo non vuol dire negare il diritto allo studio, perché vi sono altre università (a Milano, nella stessa città). Per non parlare del fatto che le prove di ammissione all'università hanno anche un valore di orientamento: consentono allo studente di misurarsi con le sue aspirazioni e alle facoltà di giudicare la preparazione di base indispensabile per continuare il corso di studi al quale ci si vuole iscrivere.
Prima di parlare della questione dei diritti e della loro interpretazione, vorrei fare una riflessione su un tema che sta alla base della questione: il disprezzo della competenza. Il problema, infatti, nasce dal disprezzo o dalla disattenzione per l'opinione degli esperti. Nel caso, una meditata e ben argomentata delibera del Senato accademico dell'Università, presa il 23 maggio 2017, nella quale si spiegava che la disponibilità di spazi, biblioteche e professori impediva di accogliere un numero illimitato di studenti. Chiedo: se su un autobus vi sono 50 posti, a sedere e in piedi, e sull'autobus vogliono salire 100 persone, non è utile dare ascolto al guidatore che avverte gli utenti sulla disponibilità di posti? Diritti, diritti solo individuali, o diritti-doveri? Ma il ministro dell'Istruzione dell'università e della ricerca ha detto che abbiamo pochi laureati. Giusta constatazione. Un ministro che la fa dovrebbe, lo stesso giorno, far approvare dal Consiglio dei ministri un disegno di legge per aumentare corsi di studio, università, facoltà, borse di studio, biblioteche, laboratori, prevedendo il relativo finanziamento. Altrimenti, fa quello che potrebbe chiamarsi un salto logico: come l'autista che invita i 100 passeggeri a salire su un autobus con 50 posti. Il diritto allo studio deve raccordarsi all'offerta formativa (per questo esistono le procedure chiamate di accreditamento e di programmazione degli accessi). Per evitare che gli studenti stiano seduti a terra, si sta cercando da qualche anno di raccordare domanda e offerta formativa, diritto allo studio e apprestamento di strutture idonee a realizzarlo. Il primo non si realizza a pieno senza il secondo. Questo raccordo è operato per alcune facoltà a livello nazionale, con legge, per altre in sede locale. Una sentenza della Corte costituzionale del 1998 afferma che l'accesso ai corsi universitari è materia di legge, ma aggiunge che non tutta la disciplina deve essere contenuta nella legge. Altrimenti non vi sarebbe autonomia delle università, come prescritto dalla stessa Costituzione. (Fonte: S. Cassese, Il Foglio 12-09-17)