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USA. IL POSTDOC NON CONVIENE A CHI SCEGLIE DI LAVORARE FUORI DAL MONDO ACCADEMICO PDF Stampa E-mail

Siamo negli Stati Uniti e a porsi la domanda è uno dei tanti giovani ricercatori, freschi di PhD in discipline biomediche, che deve decidere se approfondire le sue conoscenze con un postdoc oppure buttarsi nel mondo del lavoro equipaggiato “solo” con un dottorato. Il previdente scienziato vorrebbe sapere, cioè, se il tempo e il denaro necessari per allungare di una riga il suo curriculum vitae grazie a quel titolo in più sono o no un buon investimento. La risposta arriva da uno studio pubblicato su Nature Biotechnology che, in estrema sintesi, dà questo consiglio: per tutti coloro che non vogliono diventare professori universitari di ruolo il postdoc non conviene. Economicamente parlando, perché è da questa prospettiva che è condotto lo studio, la seconda specializzazione non garantisce alcun vantaggio a chi sceglie di lavorare fuori dal mondo accademico. Anzi. In confronto ai colleghi che hanno iniziato la carriera lavorativa subito dopo il PhD, i ricercatori plurititolati assunti in un’azienda hanno in media minori entrate economiche. Ecco perché. Il sacrificio finanziario comincia durante il postdoc: il tipico percorso di studi successivo al dottorato in biomedicina dura all’incirca 4 anni e mezzo durante i quali la retribuzione è di 45 mila dollari l’anno. Chi, dopo il PhD, va direttamente a lavorare arriva invece a guadagnare quasi il doppio (75 mila dollari l’anno). Secondo questi calcoli gli impiegati con un postdoc che entrano in azienda ci mettono otto, nove anni per colmare le perdite economiche di partenza. (Fonte: www.healthdesk.it 25-01-17)