Home 2013 6 Maggio STUDENTI NUMERO CHIUSO. NON LEDE IL DIRITTO ALLO STUDIO
NUMERO CHIUSO. NON LEDE IL DIRITTO ALLO STUDIO PDF Stampa E-mail

Il numero chiuso all'università, così come concepito in Italia per facoltà corsi come Medicina e odontoiatria, non lede il diritto allo studio. L'ha stabilito la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo in una sentenza di «assoluzione» per l'Italia. I giudici, chiamati per la prima volta a pronunciarsi sulla compatibilità del numero chiuso con i diritti sanciti dalla Convenzione europea, ritengono che la legge italiana sia ragionevole e che permetta di bilanciare gli interessi degli studenti e quelli della società.
Il numero chiuso da anni oppone studenti contro atenei. I primi chiedono libertà di accesso alle facoltà, molti sono stati i ricorsi al Tar di associazioni di studenti come l'Udu, che adesso è in attesa anche del pronunciamento della Corte costituzionale, entro la fine della primavera. L'Udu ha chiesto alla Consulta di giudicare il numero chiuso in relazione agli articoli 33 e 34 della Costituzione.
In Europa, invece, le restrizioni basate sul numero chiuso non sono state ritenute limitanti: hanno uno scopo legittimo, hanno detto i giudici, quello di garantire un appropriato livello di preparazione anche in rapporto alle risorse a disposizione degli atenei. Questi ultimi sono soddisfatti: una voce per tutti, quella di Adriano Redler, prorettore della Sapienza di Roma e preside di Medicina e odontoiatria, per il quale «in passato abbiamo ridotto l'accesso alle facoltà di Medicina perché erano troppi i medici laureati rispetto alla domanda. Una programmazione deve essere fatta e la Corte di Strasburgo l'ha riconosciuto. Se si vuole rivedere la funzione del numero chiuso - continua Redler - si può pensare al sistema in vigore in Francia, libertà di iscrizione al primo anno, ma selezione dei più meritevoli dal secondo».
L'Unione degli universitari è invece convinta che la sentenza di Strasburgo non influenzerà la Consulta italiana. «Pensiamo che il ricorso in sede europea sia stato sbagliato da un punto di vista tecnico - dice il portavoce Udu Michele Orezzi -. I nostri ricorsi al Tar, e quello in subordine alla Corte costituzionale, sono mirati, tendono a evitare l'attuale disparità di trattamento tra candidati di diverse regioni che ottengono punteggi diversi nonostante il test sia nazionale».
(Fonte: CorSera 03-04-2013)