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RICERCA. POTENZIARE I CLUSTER D’INNOVAZIONE PDF Stampa E-mail

Collaborare con gli stranieri è conveniente. Non solo perché produce una ricerca di più alto impatto (dato l’incontro fra competenze complementari) ma anche sotto il profilo economico e di efficienza (in gruppo, per esempio, si riducono i costi delle attrezzature di laboratorio).
Fondamentale anche l’interdisciplinarietà, cui spesso si rinuncia per ragioni di carriera, quando per esempio ai giovani ricercatori si consiglia un’attività concentrata nel loro campo di studi, nell’ottica di costruirsi una propria reputazione, di legare il proprio nome a un tema specifico. È vero che non tutti i settori accademici sono tenuti a entrare in collaborazioni estere, ma in molti studi – come quelli riguardanti problematiche globali – l’approccio internazionale e interdisciplinare possono essere determinanti. Potenziare i “cluster” d’innovazione. L’espressione cluster è usata nelle scienze sociali per indicare poli di ricerca in cui l’innovazione è rigogliosa e auto-sostenibile. Chiamati anche hub, sono stati riconosciuti per esempio nella Silicon Valley, a Tokyo e a Cambridge, e si appoggiano almeno a una grande università. Secondo gli autori dello studio su Science, l’ideale sarebbe che i cluster contassero su una rete coordinata di università, che “comprenda una massa critica formata da diverse tipologie di talenti”, rappresentabile come un “ecosistema d’innovazione”. Le condizioni perché questo sogno possa realizzarsi sono un’esperta base imprenditoriale, necessaria per finanziare l’avviamento del progetto, e il libero scambio d’idee tra i settori e le istituzioni, talvolta osteggiato dai timori di violazione della proprietà intellettuale.
(Fonte: F. Toti, daily.wired.it 12-04-2012)