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MANCANO PROFILI ADEGUATI DI LAUREATI PER LE IMPRESE INTERNAZIONALI PDF Stampa E-mail
A criticare la scuola e l'università made in Italy sono le società internazionali, aderenti al comitato investitori esteri di Confindustria, in un documento presentato la scorsa settimana a Milano e realizzato in collaborazione con Eni. Del gruppo fanno parte società come Alcatel-Lucent, Alstom, American Express, Bristol Meyers Squibb, British Petroleum, Edt. General Eletric, Hon*m, Shell, Novartis. Il comitato confindustriale, presieduto dal presidente dell'Eni Giuseppe Becchi, ha stimato che rispetto al numero di laureati che le società sono disposte ad assumere restano scoperti 19.700 posti da ingegneri, 14.600 di esperti economico- statistici, 7800 medici, 3.800 dell'area giuridica. Le università continuano invece a formare in eccesso rispetto alle richieste delle aziende laureati nel settore politico-sociale (14 mila di troppo, nel campione confindustriale), 10.200 nelle materie letterarie, 7 mila per il settore linguistico, 3.700 in architettura, 3.200 nell'ambito geobiologico, e poi seguono quello scientifico, quello agrario e gli insegnanti. Certo il tutto è parametrato rispetto ai fabbisogni di colossi internazionali, ma altre indagini, da quelle annualmente realizzate da Almalaurea per esempio, emergono analisi non troppo dissimili. «Nonostante la riforma del 3+2 abbia permesso l'aumento di laureati nel paese», si legge nel report coordinato da Pietro Guindani, presidente Vodafone Italia, «le imprese con un orizzonte operativo globale spesso faticano a indentificare profili adeguati rispetto alle esigenze poste dal contesto internazionale e a inserirli rapidamente in azienda». Lo studio conferma che esistono al tempo stesso un surplus e un deficit di professionalità, che si traduce in uno spreco di risorse e in opportunità mancate. «Il problema è l'orientamento professionale fatto già a scuola, sia per quanto riguarda la scelta dell'università».
(Fonte: ItaliaOggi 17-04-2012)