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UNIVERSITÀ TELEMATICHE. AUMENTATI GLI ISCRITTI MA NON I DOCENTI PDF Stampa E-mail
Gli iscritti alle università telematiche sono passati dai 29mila del 2009/2010 ai 42mila del 2010/2011, il 41% in più. Un trend, questo, testimoniato dai molti accordi siglati dagli 11 atenei online con aziende private e istituzioni: per i cinque poli che li pubblicano se ne contano 176. Se è vero che le università telematiche offrono una chance in più, non sempre l'alloro accademico è sfolgorante. Nonostante la quadruplicazione degli iscritti in quattro anni restano molte zone opache di questo sistema varato nel 2003. I punti deboli li individua uno a uno Luigi Biggeri, ultimo presidente del Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario (CNVSU), le cui funzioni sono da poco passate all'ANVUR. «Il sistema degli atenei online - spiega - permette la formazione universitaria anche a chi non può o non vuole frequentare, ma è abbandonato senza controlli sulla qualità dei servizi erogati, anche se in alcuni casi la qualità è buona». Tra le varie criticità la valutazione dei corsi solo sulla carta e mai sugli effettivi servizi erogati, molte realtà con pochi docenti di ruolo (nel 2010 erano solo 42, ora sono in tutto 205), risorse finanziarie deboli e scarsa attività di ricerca. Insomma c'è un problema di qualità, come si vede anche dalla bocciatura dell'Ordine degli ingegneri. Dal 2010 poco è cambiato. Pochissimo sul fronte docenti: l'Università E-Campus, evoluzione del Cepu, nel 2011 per le sue 5 facoltà poteva contare solo su 4 professori straordinari a tempo determinato e 52 ricercatori a tempo determinato. Più strutturata la Marconi di Roma che per i suoi 30 corsi dispone di 16 docenti di ruolo più altri 35 in reclutamento. La Finanziaria 2007 ha previsto un regolamento sui criteri di accreditamento delle telematiche che dovrebbe garantire maggiore qualità e controlli. Testo mai varato. «Nell'attesa, abbiamo svolto solo le ispezioni periodiche previste dalla legge - spiega il presidente Anvur, Stefano Fantoni - e abbiamo trovato una situazione disomogenea con punte di eccellenza accanto a realtà troppo piccole che andrebbero confederate». Ed è proprio sulla necessità di fondersi che insiste anche Biggeri: «Avviciniamo queste realtà alle università statali per fare davvero ricerca, creiamo due o tre poli nazionali e vigiliamo attentamente non solo in avvio ma anche su corsi ed esami».
(Fonte: V. Uva, IlSole24Ore 23-04-2012)