Home
STUDENTI. IL FUORICORSISMO PDF Stampa E-mail

Stando ai dati forniti dal MIUR, il numero di studenti fuoricorso è costantemente cresciuto nel periodo compreso tra il 1969 e il 2009. Un dato difficile da digerire, per un Paese che ha da sempre rappresentato la culla della cultura e del sapere. Solo con l’introduzione della riforma del “3+2″, avvenuta nel corso del 2001, la quota di giovani fuoricorso si è ridotta notevolmente, facendo scendere l’asticella dal 76,2 per cento registrato nel 2002 al 56,3 del 2009. A sottolineare questo fenomeno così diffuso in Italia è un articolo pubblicato da quattro docenti universitari su Lavoce.info, che avvertono: non date tutta la colpa agli studenti, le ragioni sono varie. E complesse.
Tra le cause della lentezza dei giovani nell’affrontare il percorso di studio non c’è soltanto la svogliatezza. A detta dei docenti, tra cui tre dell’Università del Piemonte Orientale, Giorgia Casalone, Eliana Baici e Carmen Aina, il sistema di regole di accesso alle università italiane sembra pesare parecchio sui ritardi che si accumulano nel corso degli anni. I ragazzi, infatti, accedono ai corsi nella maggior parte dei casi senza alcuna preselezione, né sufficiente orientamento: più iscritti uguale aule sovra-affollate, elemento che spesso scoraggia la frequenza delle lezioni e rende difficile, se non impossibile, l’interazione tra studente e docenti. Altro fattore fortemente influente, secondo quanto si evince dall’articolo, cui ha contribuito anche Francesco Pastore, professore di Economia politica a Napoli, è la politica attuale di ridurre le tasse per gli studenti iscritti oltre il periodo minimo previsto. Ripensare al sistema delle tasse basato sulla presenza di incentivi per chi rispetta i tempi potrebbe essere, al contrario, uno stimolo a studiare meglio e più in fretta. I problemi legati al mondo del lavoro e alle scarse opportunità che, al momento, offre ai neolaureati non sono da meno. Non avere sbocchi professionali alla fine degli anni accademici spinge molti giovani a non concludere nemmeno il ciclo di studi intrapreso o, comunque, a rallentare di molto i ritmi universitari. In questo senso, sono le attività di job placement e di diffusione di stage e tirocini presso aziende a dover essere incrementate e consolidate. Le risorse già presenti, e l’impiego di nuove tecnologie, come nel caso degli uffici placement romani, non sembrano essere ancora sufficienti.
(Fonte: università.it 20-04-2012)